Solitudine da quarantena? Il vaccino si chiama empatia

L’emergenza coronavirus si supera tutti insieme, facendo comunità. Ovvero, sviluppando le nostre relazioni all’insegna della comunicazione empatica

Empatia
Empatia (Foto di Toimetaja Tõlkebüroo da Unsplash)

L’assenza forzata di contatti che è imposta da questo periodo di quarantena non impedisce affatto di mantenere viva la nostra socialità. E meno male. L’essere umano è un animale intrinsecamente sociale, tanto che l’appartenenza (ovvero l’amicizia, l’affetto, l’amore) e la stima (ovvero il rispetto reciproco) fanno parte integrante dei suoi bisogni.

Ciò significa che non possiamo mantenerci sani e in buona salute mentale senza entrare in rapporto con i nostri simili. Senza sapere che ci sono altre persone che stanno dalla nostra parte. Per fortuna le moderne tecnologie ci offrono tantissime occasioni di sentirci vicini, almeno a livello virtuale, anche quando siamo lontani a livello fisico.

Non smettiamo di sentirci e di vederci

Ma sms, messaggi WhatsApp, email e post su Facebook non sono sufficienti. Una comunicazione umana non può considerarsi completa se non contempla anche quei preziosissimi elementi non verbali: il tono della voce, lo sguardo, l’espressione del volto, il sorriso. Per questo l’ideale è privilegiare le telefonate, i messaggi vocali, o meglio ancora le videochiamate.

Questi strumenti ci possono permettere di ricreare momenti di socializzazione anche a distanza: possiamo, ad esempio, prendere un caffè con un collega, fare un aperitivo insieme ad un amico, cenare con i nostri parenti, anche restando ciascuno a casa sua.

Come comunicare bene (e non sbroccare)

Un periodo di ansia e di paura diffuse può però portarci anche a chiuderci in un atteggiamento diffidente e scostante, che rischia di irradiarsi anche nel nostro modo di comunicare e quindi compromettere le nostre relazioni. Per questo è importante, oggi più che mai, fare attenzione al modo in cui entriamo in contatto con gli altri. Sia virtualmente, sul web, sia di persona, con i coinquilini, i fidanzati o i parenti con cui condividiamo la casa, o con le poche persone che ci capita di incontrare in occasione delle poche uscite concesse, magari quando andiamo a fare la spesa.

La regola aurea è sempre quella dell’empatia: ovvero la capacità di riconoscere negli altri quegli elementi che ci appartengono, quegli aspetti che ci sono familiari, e dunque di creare con loro una sincera sintonia. Il modo migliore di esercitarla è quello dell’ascolto: ovvero, stare in silenzio, porre attenzione e concentrazione a comprendere e capire il nostro interlocutore, invitarlo ad esprimersi attraverso domande o gesti del volto, ed evitare di interrompere, specialmente con i consigli prematuri o non richiesti.

Ma lo stesso atteggiamento empatico va adottato anche quando siamo noi a parlare, sforzandoci ad rivolgerci agli altri come vorremmo che loro si rivolgessero a noi. Esprimendo cioè la gentilezza, anche quando facciamo notare gli errori, ed evitando l’ironia pungente, specialmente se ci confrontiamo con chi è più spaventato. Infine, la dote forse più difficile di tutte da mettere in campo nei momenti dolorosi, ma altrettanto fondamentale, è quella della sincerità. Non dobbiamo temere di condividere le nostre emozioni e le nostre preoccupazioni, specialmente con le persone di cui ci fidiamo e che ci possono capire.

Nutrire le relazioni e fare comunità

La qualità della nostra vita si valuta dalla qualità delle nostre relazioni, e questo vale sia a livello individuale che a livello sociale, ancor più in tempi di crisi collettiva. In questa fase la miglior reazione possibile è quella di fare comunità e sostenerci a vicenda. Una reazione che, per fortuna, è anche quella che viene più spontanea agli esseri umani davanti ad un disastro.

Lo dimostrò tra gli anni ’50 e ’60 il sociologo americano Enrico Quarantelli, riscontrando che di fronte ad un evento catastrofico la società normalmente non reagisce con isteria, ma con solidarietà, unione, comunanza, superamento dei conflitti, delle emarginazioni e delle disuguaglianze. “È difficile accettare che la bontà sia la normalità, è una verità troppo rassicurante”, spiegava. Eppure è così. L’umanità è programmata per collaborare almeno tanto quanto lo è per competere. E, se non fosse stata in grado di stringersi insieme nei momenti più difficili, si sarebbe già estinta molti, molti secoli fa.

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